L'autore - Max Mohr

(1891 Würzburg - 1937 Shanghai)

Max Mohr e Venere in Pesci

Max Mohr fu uno scrittore di indiscusso successo del periodo tra le due guerre, ai tempi della Repubblica di Weimar. Nonostante fosse medico di professione, cercò attivamente sempre nuovi spazi dove far crescere il suo talento per la scrittura, in modo da poter dedicarsi a tempo pieno alla letteratura – un suo progetto mezzo segreto, mezzo inconsapevole, pare. Da Monaco, città di grandi fermenti e possibilità in cui aveva compiuto gli studi di medicina e intratteneva tutta una serie di amicizie letterarie – spesso riflesse in lunghi e fitti carteggi - del calibro di Karl Kraus, Heinrich e Thomas Mann – che lo menziona più volte anche nei suoi diari - nonché D.H. Lawrence – tra i due vi fu un fitta corrispondenza -, si ritirò assieme alla famiglia in un villaggio della sua terra natale, la Baviera. È appunto dal suo rifugio, il così detto Wolfsgrub, a Rottach sul lago Teger, che concepì Venus in den Fischen . Apparso dapprima come romanzo d'appendice, sulla scia del successo tra gli stessi letterati del tempo, verrà ripubblicato su insistenza di parecchi tra quest'ultimi nel 1927 per i tipi della berlinese Ullster.

Medico da campo volontario nella prima guerra mondiale, deciderà proprio al fronte, da pluridecorato ex prigioniero di guerra in Gran Bretagna, a fronte di quell'esperienza, di cambiare fronte – pur restando riservista -, diventando uno tra gli autori di teatro più in voga della sua epoca, tanto che le sue pièce teatrali (undici commedie) furono portate sui più rinomati palcoscenici di lingua tedesca ed alcuni di lingua inglese, nonché trasmessi nell'ambito di programmi culturali a Londra e New York come addirittura tradotte nella forma espressiva del lungometraggio, all'epoca ancora muto. Più tardi iniziò a dedicarsi anche al romanzo, scrivendone in tutto cinque.

Il mestiere di medico non verrà mai completamente abbandonato, ma praticato a seconda delle circostanze, vuoi per tranquillizzare la famiglia, per recare sollievo ad un amico di lettere, vuoi per sopravvivere in territori ostili e sconosciuti. Alpinista provetto come ogni buon bavarese e amante dell'oriente, oscillerà tutta la vita tra l' Heimweh (: nostalgia di casa) e il Fernweh (: desiderio di viaggiare), fosse anche solo scappando ogni tanto a Berlino, come da cliché dello spirito inquieto negli agitati anni trenta senza posa in cerca di nuovi “Freiräume” (: spazi liberi) per lo sviluppo del Sé. Un bisogno inquieto di avventura che finirà in disastro.

Di famiglia ebraica assimilata, intuito presto la non lontana eventualità di alcuni scenari imputabili all'esacerbato clima sociale e politico in Germania, prenderà già nel 1934, pochi mesi prima della Notte dei Cristalli, la via dell'esilio, stabilendosi in Cina. Nemmeno in quei luoghi, la pace: il paese è sconvolto dalla guerra civile, da lì a poco l'invasione giapponese, la capitolazione di Shanghai annientata dai bombardamenti e l'inizio in Asia del conflitto mondiale con le dinamiche proprie della guerra sinogiapponese. L'amata moglie protestante e l'adorata figlia resteranno in Baviera ad aspettare le sue successive mosse, con il desiderio di poter raggiungerlo presto dov'è e senza veramente riuscire a capacitarsi di tutto quello strano procrastinare il ricongiungimento. Nessuno saprà mai cosa abbia rallentato i piani: un enigma psicologico che i documenti non risolvono. A Shanghai sbarcherà il lunario grazie alla sua attività di medico – non a favore della comunità tedesca, che là non diversamente che in patria rifiuta i medici ebrei; poi nel 1937, la prematura morte, il cuore appesantito troppo e lo stile di vita dimentico di sé, conseguono in un'angina pectoris fatale. In patria intanto i suoi libri verranno arsi sulle tristemente famose pire ariane